1948 vs Oggi: Come abbiamo trasformato la Repubblica della Rappresentanza nel Fortino del Potere
C’è un dato storico che oggi suona quasi come un racconto di fantascienza. Nelle prime elezioni politiche della Repubblica Italiana, il 18 aprile 1948, il Partito Sardo d’Azione ottenne un seggio alla Camera dei Deputati con 61.928 voti (pari allo 0,24% nazionale). Accanto ad esso, il Partito dei Contadini d’Italia conquistava il suo rappresentante con poco più di 90.000 voti, così come la PPST (i sudtirolesi) portava a Roma tre deputati grazie a 124.000 elettori.
Non si trattava di un’anomalia, ma dell’applicazione pratica del principio fondante della nostra Costituzione: la sovranità appartiene al popolo, e ogni istanza reale del territorio, anche la più piccola o di nicchia, aveva il diritto di trovare voce nel Parlamento della neonata Repubblica.
Oggi, a quasi un secolo di distanza, la situazione si è radicalmente ribaltata.
L'illusione della democrazia moderna e la blindatura del Palazzo
Mentre ci viene raccontato che la politica contemporanea è "moderna" e "digitale", la realtà dei fatti dimostra una desolante regressione:
Sbarramenti e voti azzerati: Con le soglie di sbarramento correnti (come il 3% o il 4%), un nuovo movimento politico può raccogliere oltre mezzo milione di voti in tutta Italia e finire con lo zeropercento di rappresentanza. Mezzo milione di cittadini la cui opinione viene letteralmente stracciata e gettata nel cestino.
La trappola delle firme: Per chi vuole presentarsi alle elezioni senza essere già dentro il Parlamento, la strada è un calvario burocratico fatto di autentiche, burocrazie asfissianti e raccolte firme al limite dell'impossibile. Chi è già dentro si auto-esentava; chi è fuori rimane fuori.
Candidati scelti a tavolino: Tra liste bloccate e meccanismi elettorali contorti, la scelta del singolo cittadino è stata depotenziata. Non sono più gli elettori a scegliere i propri rappresentanti sul territorio, ma le "segreterie romane" a nominare i fedelissimi da inserire nei collegi blindati.
Il grande bluff delle preferenze e le regole da partita truccata
Negli ultimi mesi abbiamo assistito al consueto teatro politico con i partiti che litigano sull'introduzione delle preferenze. La verità è che è tutta una farsa per distrarre i cittadini. Parlare di preferenze con i capilista bloccati e i listini decisivi stabiliti a monte non cambia assolutamente nulla: il potere rimane saldamente nelle mani dei soliti vertici.
La vera stortura — ed è ciò che bridges e analisti dovrebbero urlare a gran voce — è che questi partiti non raccolgono le firme. I partiti già insediati nelle istituzioni si sono scritti una legge su misura che li esenta dal raccogliere le sottoscrizioni popolari. A loro basta sedersi comodamente nelle stanze delle segreterie romane e decidere a tavolino chi piazzare nelle varie regioni e circoscrizioni.
È una competizione palesemente truccata: è come giocare una partita di calcio dove i partiti di palazzo scendono in campo con 11 titolari più la panchina, mentre i nuovi movimenti sono costretti a giocare in 6, privi di mezzi e schiacciati da obblighi burocratici impossibili.
Dai movimenti d'idee ai "Leader da TikTok"
La conseguenza diretta di questo sistema chiuso è l'impoverimento culturale della politica. Se nel 1948 i movimenti nascevano da un'esigenza sociale profonda — i contadini, le autonomie locali, i lavoratori —, oggi i partiti si sono trasformati in comitati elettorali personali.
Assistiamo alla nascita di soggetti politici costruiti non attorno a una visione del mondo, ma sul personal branding di un singolo personaggio, spesso emerso dalle dinamiche dei social network o dei media generali. La complessità dei problemi reali — la crisi economica delle famiglie, l'inflazione, la perdita del potere d'acquisto, la mancanza di lavoro giovanile — viene ridotta a slogan di 15 secondi pensati per soddisfare un algoritmo, mentre il Paese reale affonda.
Un'irregolarità da denunciare alle istituzioni
Un sistema del genere presenta evidenti profili di irragionevolezza che minano il principio di uguaglianza del voto sancito dalla Costituzione. È arrivato il momento di fare appello alle massime istituzioni garanti: scrivere al Presidente della Repubblica, sollecitare la Corte Costituzionale e persino denunciare queste norme discriminatorie alle sedi europee, per tutelare la parità delle condizioni di accesso alla vita democratica.
Il confronto con il 1948 non è nostalgia, ma una sveglia. Un Paese che impedisce il ricambio, che sbarra la strada alle nuove idee e che protegge le poltrone dei soliti noti a scapito del pluralismo, non è un Paese più stabile: è un Paese fermo.
È tempo di tornare a pretendere una politica in cui il voto di ognuno conti davvero, e dove la democrazia torni a essere una casa aperta a tutti, non un fortino per pochi.
A cura di:
Prof. Adriano La Femina

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